leudo Ligure vinacciere

Il Leudo è una tipica imbarcazione del Mediterraneo, le cui origini sono tuttora incerte: una delle ipotesi più plausibili ne fa risalire la nascita al Medio Evo. In origine l’imbarcazione presentava un armo a due alberi inclinati verso prora con vele latine; successivamente avrebbe perso l’albero di trinchetto, sostituito da un bompresso con fiocchi, che rendeva il Leudo più agile da manovrare. Caratteristica era la forma a uovo dello scafo, con il bolzone dei bagli molto arcuato. Barca marina molto solida, poteva affrontare condizioni climatiche proibitive anche per scafi più robusti e di dimensioni maggiori. Veniva utilizzata prevalentemente per il trasporto ed aveva un dislocamento che variava dalle 15 alle 20 tonnellate, una lunghezza di 15÷16 metri e una larghezza di circa 5 metri. Veniva usata soprattutto da piccole imprese per il proprio traffico di ferramenta, manufatti, attrezzi di vario genere, tessuti, generi alimentari (tipicamente formaggio, farina, legumi e vino, ma non si escludono altri tipi di alimenti). Con l’ausilio di molte persone, il Leudo poteva essere alato (leggasi anche “trainato”) sulla spiaggia, offrendo così il vantaggio di poter commerciare con tutti i paesi rivieraschi sprovvisti di un porto o un molo. Negli anni a seguire il 1900, in Liguria i Leudi ebbero grande diffusione, soprattutto nella riviera di Levante e in particolar modo a Riva Trigoso, tanto da essere poi chiamati anche “Rivani”.

Le foto qui proposte riproducono un modello di Leudo Ligure adibito al trasporto di vino (da cui “vinacciere”): la stiva, infatti, poteva contenere una ventina di grosse botti mentre in coperta c’era lo spazio per una decina di botti più piccole.

Sempre in coperta erano anche presenti due grossi boccaporti per stivare il carico, un argano a prua per le manovre più faticose.

Un tughino a poppa, che dava accesso ad una piccola cabina a due cuccette (per il capitano e il nostromo). A prua era, inoltre,presente un piccolo portello attraverso cui si accedeva ad un’altra piccola cabina, sempre a due cuccette, destinata all’equipaggio. A proravia della tuga era posizionata una grossa cassa di ghisa con due cassetti estraibili che, clima permettendo, fungeva da cucina e che aveva il nome pittoresco di “gnafra”.


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